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Cari Partiti, ma qual è la vostra “Mission”?

 

Non è mai colpa di nessuno quando le cose non vanno come dovrebbero.
I partiti affermano che non è colpa loro se vi sono poche donne “nei ruoli che contano”, ed ancora che non è colpa loro se i candidati Sindaco delle città più popolate non sono donna.
Ma allora qual è il ruolo dei partiti ?
Non è forse quello di realizzare una società più equa e più giusta?
Non è forse quello di correggere le “storture” economiche e sociali?
Non è forse quello di modernizzare la società ?
Non sono forse loro che dovrebbero rappresentare il modello di società a cui ambiscono?
In campagna elettorale sono generalmente questi gli slogan utilizzati dalla maggioranza dei partiti cosiddetti liberali e progressisti, poi si adeguano alla realtà piegandosi allo status quo, vittime loro stessi di pregiudizi, che invece dovrebbero combattere.
La realtà è molto chiara, ci sono poche donne candidate nelle cariche apicali, perché non si investe sufficientemente su di loro.
Le dinamiche decisionali nelle organizzazioni, siano esse partiti, Enti Pubblici o Società Partecipate si svolgono tutte, tranne rare eccezioni, seguendo un medesimo modello, quando bisogna decidere sui ruoli apicali o comunque rilevanti  da attribuire.
Innanzitutto si procede con la stesura di un insieme di requisiti e condizioni preliminari ed è chiaro che ogni Team di vertice, pubblico o privato, ha già in testa chi escludere dal ruolo, prima ancora di decidere il candidato ideale.
Ed allora si assiste alla stesura di criteri ad excludendum, poi si condiziona la candidatura all’approvazione da parte dei possibili partner ed è proprio la ricerca del sostegno che si fa più complessa, perché qualora un partito o un’organizzazione si orientasse verso un candidato, non voluto da tutti i dirigenti, si gioca la partita più astuta, chiedere cioè ai possibili alleati, in modo del tutto riservato, di esprimere un parere negativo e di imporre una correzione.
 
Ecco molte candidature femminili sono affossate in questo modo, subdolo e poco trasparente.
 
Infine, abbiamo bisogno di ulteriori prove per capire che la politica degli uomini è fallimentare.? Non ci sono bastati l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze, aver ridotto in povertà la classe media, aver aumentato la violenza, ridotto l’inclusione , inabissato il tasso di fecondità e il tasso di occupazione.?
È evidente a chiunque voglia guardare che la classe dirigente maschile ha fallito.
La teoria dei gruppi esclusi ha una sua logica, mettiamo cioè alla prova chi fino ad oggi non ha determinato le scelte politiche e vediamo cosa riesce a fare, ciò che hanno fatto gli uomini è chiaro e consolidato!!!
Ed ora speriamo che le Giunte Comunali sappiano valorizzare le competenze femminili.
 

Velo e libertà

“Per me il mio velo è un simbolo di libertà (…)coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima”. Queste le parole di Silvia/Aisha, scelta libera che va rispettata.

Il problema dal mio punto di vista è che le donne mussulmane non sono  affatto libere d’indossare il velo, ma è loro imposto dagli uomini, dai padri, fratelli, mariti, dalla società che non prevede affatto la parità tra i generi.
Non nego che vi siano donne mussulmane che dichiarino come indossare il velo non sia una costrizione e che lo ritengano perfino “giusto”, non cogliendo per nulla che la religione impone solo a loro un “dress code”, che uniforma il genere.
Il velo non è affatto un simbolo di libertà, ma è il segno della sottomissione della donna, è il segno del potere maschile, è il segno anche della poligamia a senso unico.
Silvia/Aisha afferma che coprendo il corpo le persone potranno vedere la sua anima.
Ma solo le donne devono coprirsi per essere considerate persone con un’anima,  gli uomini hanno un’anima visibile anche in bermuda, canottiera e sandali con calzini, non è strano?
E dunque perché negare agli uomini questa opportunità, che si coprano anche loro per rendere visibile la loro anima!
In concreto il velo lascia ben poca libertà, non quella di farsi una bella corsa o di andare in bicicletta o di farsi una nuotata, senza rischiare di farsi del male.
Silvia/Aisha è il simbolo della forza e della resilienza, merita il massimo rispetto e credo che poche persone sarebbero riuscite  a superare la durissima prova che lei ha vissuto.
Qualunque cosa,  qualunque pensiero possa averla aiutata a superare l’angoscia e la disperazione della prigionia è stata una buona cosa,  ma penso anche che i suoi rapitori abbiano gioito nel vederla scendere dall’aereo  in Italia velata e convertita, perché poteva essere interpretata come una dichiarazione di comprensione delle ragioni “nobili” dei rapitori, una giustificazione di un crimine odioso che di nobile non ha nulla.
Una vicenda violenta, brutale e squallida, che si è risolta con il pagamento di un riscatto, ha rischiato di apparire come uno “scontro di civiltà”.
Mi rendo conto di essere provocatoria nel dire ciò che dico e di attirarmi facili critiche, ma davvero trovo insopportabile vedere, anche nel mio paese, ragazze e donne velate, sempre un passo indietro rispetto al maschio e costrette in veli, teli che devono nascondere agli occhi degli estranei il loro corpo di donne, il loro essere donne, come se dovessero vergognarsene.
Lo trovo insopportabile perché le donne appaiono come una proprietà, un oggetto silente e vergognoso.
Infine, mi domando se queste donne mussulmane siano meglio delle altre donne, prive di ambizioni effimere, così capaci di pensare che l’anima, la sensibilità e l’intelligenza femminile si possa esprimere solo “castigando” il corpo?
A me non sembra la via della felicità e della libertà, ma quella della segregazione e della infelicità.

UN “NEW DEAL” PER LA CULTURA

 
In questi giorni si leggono varie teorie su come far ripartire la cultura dopo
 il lockdown.
Suggestiva l’idea lanciata da Battista sul Corriere della Sera di costituire un “Fondo d’investimento” della cultura, una sorta di “Culturabond”, che al momento non ha trovato un solo economista favorevole ed in effetti se lo Stato italiano dovesse decidere di creare un Fondo di Investimento e vendere bond “di settore”, la vendita di questi titoli sarebbe possibile, realisticamente, solo a condizioni estremamente sfavorevoli. Viene da chiedersi, seguendo le logiche e le regole della Borsa, chi si sentirebbe di acquistare queste azioni senza la garanzia di un guadagno minimo o al limite senza perdere l’investimento, a meno che lo Stato non decidesse di accettare le regole del mercato e quindi procedesse, ad esempio, ad ulteriori riduzioni dei costi del personale, la messa in vendita di particolari beni pubblici ed altro ancora.
Far ripartire la cultura non sarà facile e non si può pensare di far affidamento sui mercati finanziari e quindi non rimane che guardare al passato e prendere ciò che
di positivo è avvenuto.
In particolare, si può attingere dalla crisi derivata dal crollo della Borsa di Wall  Steet del 1929 e al Piano di F. Delano Roosevelt degli anni Trenta, noto come
il “New Deal” e dunque dal Federal Art Project, messo in atto dal 1935 al 1943 con il duplice scopo di aiutare gli artisti durante gli anni della depressione economica e di sviluppare il potenziale artistico del paese nei vari campi, quali ad esempio quello dell’arte pittorica, del teatro, della musica, della scrittura…

Happy Days Are Here Again (giorni felici sono di nuovo qui) è del 1929, musica

 di Ager Milton sul testo di Jack Yellen e questa era la parola d’ordine con la quale gli USA  affrontarono la battaglia economica più difficile.

Ora è tutto il mondo che deve combattere e vincere una battaglia difficile verso un nemico invisibile e pericoloso.

L’Italia oltre ad aver adottato il confinamento (lockdown), ha previsto una misura estrema e cioè il blocco delle attività commerciali e delle produzioni non essenziali.

La cultura è bloccata, musei,  teatri,  cinema chiusi.

Università, Scuole, asili, tutti chiusi, ma con la possibilità di svolgere attività online, che ovviamente non possono e non sono la stessa cosa delle normali lezioni.

Un domani e speriamo che non sia troppo lontano, le Scuole riapriranno e tutto ripartirà, i Musei apriranno, ma quante altre attività potranno ripartire?

Non tutte, purtroppo. Quanti commercianti, artigiani, industriali, professionisti saranno in grado di raccogliere “i cocci” e riavviare l’attività?

Speriamo molti, ma certamente tra coloro i quali si potranno contare il maggior

numero di “caduti”, possiamo cominciare a declinare l’elenco di un insieme di professionisti strettamente legati al settore culturale, perché la sospensione temporanea può tramutarsi in una disabitudine strutturale a fruire di prodotti e servizi culturali.

E non credo di esagerare se affermo che si debba sostenere la domanda

di cultura, perché è in gioco la qualità della vita degli italiani.

Poter disporre dell’ampia gamma culturale, fruita fino a pochi giorni fa,

significa contribuire alla crescita civile e morale del nostro Paese.

Inoltre, sotto il profilo economico, Federculture afferma che:

“ I dati parlano molto chiaramente: il sistema produttivo culturale è responsabile del 6,1 per cento della ricchezza nostrana, pari a 89,7 miliardi di euro. Non solo. La cultura ha anche un effetto moltiplicatore di 1,8. Cioè: per ogni euro prodotto dalle industrie culturali, se ne “attivano” 1,8 in altri settori, pari a 160,1 miliardi. Si arriva così a un totale di 249,8 miliardi di euro generati dall’intera filiera culturale, che rappresentano il 17 per cento del valore aggiunto nazionale. Gli occupati nella cultura sono 1,5 milioni, ossia il 6,1 per cento dei lavoratori italiani.”
Serve però fare presto e questo lo diceva Keynes nel 1929 e lo dice Draghi oggi nel 2020.
Fare presto e fare ciò che è utile e abbandonare la logica del mercato.
Fino a ieri si spingeva la cultura ad autosostenersi, cercando di mettere in atto  tutte quelle pratiche di sostegno economico e finanziario tipiche di quelle società che possono dividere utili e benefici evidenti, ipotizzando che il mercato fosse disponibile ad investire in un settore, come quello culturale, che invece ha trovato davvero pochi benefattori.
Perché non può essere un esempio, riferibile semplicemente ed incondizionatamente  al mondo culturale, quello di alcuni imprenditori che decidono di investire nella ristrutturazione del “Ponte dei Sospiri” a Venezia (Renzo Rosso)o nel restauro del Colosseo a Roma (Diego Della Valle).
La cultura ha bisogno del sostegno pubblico senza se senza ma, se non si vuole che sia asservita a interessi particolari che poco si conciliano con il livello di civiltà di un Paese.

Quousque tandem abutere, Sgarbi, patientia nostra

Quousque tandem abutere, Sgarbi, patientia nostra

Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?»
(“Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?».
“Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?»)
Che altro dire dell’ultima esternazione volgare in cui Sgarbi si trasforma in medico ed esperto di epidemie e insulta chi di mestiere e di indiscussa professionalità come Burioni o Pregliasco sono titolati ad esprimere opinioni e a dare indicazioni per fermare e combattere questa pandemia.
 
Ma chi si crede di essere Sgarbi?
Un tuttologo che tutto sa, solo perché è un Parlamentare, un Sindaco, un pro sindaco, un Presidente di Museo, un Presidente di Fondazione, un consigliere regionale.
Sicuramente si è montato la testa e visto che occupa più sedie di quanto un essere dotato di buon senso potrebbe aspirare ad assumere, sentendosi un discendente diretto di Zeus, pensa ora di aver diritto di sproloquiare su ogni tema, anche in campo medico e di conoscere l’evolversi di un Virus, dal latino veleno, sconosciuto nell’evoluzione e per cui non si conosce al momento una cura sintomatica certa.
 
Ma il divino Sgarbi, sa tutto e invita a non rispettare i divieti e le norme draconiane e necessarie che vengono apprezzate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
 
Ma naturalmente la scienza infusa e onnisciente di Sgarbi è superiore a tutto e tutti.
Sgarbi taci e rinuncia, con un minimo di senso civico, a sparare sciocchezze demenziali e pericolose e forse pensa a rinunciare ad un po’ di sedie, in fondo hai un unico fondo schiena e altri potrebbero certamente occuparsi meglio di te di tante cose, come ad esempio occuparsi della Presidenza del Mart, mentre anche in questo caso, o divino Sgarbi, pensi, erroneamente, di riuscire a svolgere il compito non facile di Presidente, di direttore artistico, scientifico e forse anche di curatore.

FEMMINISMO, SENZA AGGETTIVI

Spesso sento dire, non sono una femminista”, oggi sento dire da una candidata alle elezioni comunali prossime venture “non sono una femminista aggressiva”.
Davvero mi mancava l’aggettivo “aggressiva” aggiunto al sostantivo “femminista”.
Di solito veniamo definite “isteriche”, “esagerate”, “invidiose”, “fanatiche”.
Inoltre, in genere una femminista non si definisce negativamente.
Chissà perché questa candidata ha sentito il desiderio di definirsi in tal modo?
Forse perché è consapevole che una candidatura al femminile può avere delle chance e può indurre alcune “femministe” a votarla a prescindere dai compagni di viaggio con cui condivide l’esperienza elettorale?
Certamente però definirsi “femminista non aggressiva”, le fa correre il rischio di allontanare le simpatie femministe.
Ma insomma che vuol dire quel “aggressiva”? Non mi risulta che le femministe aggrediscano uomini, donne o bambini.
Essere femminista significa avere la convinzione che donne e uomini siano
pari, con le stesse opportunità, senza discriminazioni e con diritti uguali.
Non ho mai sentito un uomo dire “sono un maschio moderato” oppure “non sono un candidato aggressivo”.
Generalmente dicono di essere : determinati, caparbi, e se usano termini al negativo, preceduti dal “non” lo fanno per esaltare qualche dote, tipo “non mi
rassegno”, “non mi scoraggio facilmente”.
La storia ha dimostrato, invece, che le femministe sono state spesso “aggredite”.
Ricordo il cosiddetto “venerdì nero” del novembre del 1910, quando 300 donne marciarono verso la Camera del Parlamento a Londra per protestare e lottare per il diritto al voto. La polizia reagì in modo molto violento, picchiandole brutalmente,
tanto che due di loro morirono a seguito delle ferite, e un centinaio furono arrestate, continuando a subire violenze. Certo quella fu la miccia che causò una reazione non proprio pacifica da parte di alcuni gruppi di femministe, che presero di mira le vetrine dei negozi, davano fuoco alle case, solitamente a quelle di uomini politici, o ai club riservati ai soli uomini.
Oppure come non ricordare la morte di Emily Davison, che per aver voluto dare
visibilità al movimento delle suffragette, ha cercato di appendere la bandiera del movimento alle briglie del cavallo del re, per farla sventolare fino al traguardo
 in occasione di un avvenimento mondano tra i più importanti della Gran
Bretagna, quello del derby di galoppo di Epsom.
Appare forse questo riferimento storico fuori luogo?
Non credo, perché penso che quando si fa riferimento al femminismo, dovremmo avere ben in mente che se oggi possiamo votare e farci votare, lo dobbiamo proprio alle tante femministe, che non si sono vergognate di definirsi tali e non hanno nemmeno cercato di “attenuare” o “ammorbidire” il loro impegno sociale e politico.
E sì, forse hanno anche usato toni “aggressivi” per risvegliare la coscienza collettiva e della classe dominante, che preferiva conservare un “diritto tutto per sé”, escludendo le donne dalla vita politica.

Salvini ha superato il limite

Matteo Salvini utilizza un linguaggio semplice, primitivo e decisamente offensivo quando attacca le donne.
Carola Rachete è stata definita “sbruffocella”, “criminale”, “pirata”
La giudice di Agrigento, Alessandra Vella, che non ha convalidato l’arresto di Carola è stata invitata a togliersi la toga  e a candidarsi con la sinistra.
Ricordo quando, durante un ritrovo di simpatizzanti del Carroccio radunati a Soncino, in provincia di Cremona, Salvini, dal palco, indica una bambola gonfiabile quale sosia della Boldrini e a seguito di una valanga di condanne, arrivate anche dal centrodestra,  lui rincara la dose e lancia l’hashtag  “#sgonfialaboldrini”.
Quindi che Salvini utilizzi un linguaggio volgare e sessista è certo.
A onor del vero, va detto che se la prende con chiunque non la pensi come lui, poiché ritiene di essere l’unico ad avere il diritto  di dire qualsiasi cosa, ma certamente alle donne riserva un trattamento di particolare ferocia e rabbia.
All’occorrenza diventa un Giudice ed emette condanne, un poliziotto e ordina l’arresto, un prete, perfino, quando invoca la Madonna o bacia il crocefisso o estrae il rosario, come fosse un’arma e a quel punto il mio agnosticismo vacilla e sconfina nell’ateismo puro, perché comunque mi aspetterei, a fronte di tanta spudoratezza, che qualche strale divino apparisse !
Nessun strale nemmeno quando sento Fedriga che, a fronte della volontà di respingere i profughi e di voler innalzare muri, dice di essere l’unico o uno dei pochi che si preoccupa per coloro che  rimangono in Libia e dei poveri bambini che non partono, quasi a dire che coloro che fuggono dalla guerra o dalla povertà dovrebbero sentirsi in colpa per non essere rimasti con gli altri nei campi di concentramento o in altro luogo, ma comunque lontani da noi italiani.
Anche la Meloni, a fronte degli intenti “gridati” di affondare le navi dei migranti, manifesta però una certa umanità, perché afferma di preoccuparsi per le povere donne profughe, che sicuramente finiranno per essere costrette a prostituirsi per pagare il viaggio disperato sui barconi.
Quindi la Meloni vuol forse far intendere che è fortemente favorevole “al blocco navale” e all’affondamento delle navi, anche delle ONG, solo per impedire la prostituzione delle donne migranti?
L’opposizione in tutto questo affanno di conflitti e in questo mare di egoismi, non attacca, ma si difende affermando che gli sbarchi erano già diminuiti con Minniti e che con l’Europa bisogna dialogare e concordare una strategia comune relativa al fenomeno dei migranti.
Vero che la U.E. è un insieme di Stati che pensano prima di tutto ai propri interessi nazionali e che con pazienza vanno concordate strategie comuni minime per affrontare le emergenze umanitarie, ma va anche affermato con chiarezza che è giusto salvare le vite in mare, che non si possono sequestrare le navi delle ONG fino a quando non si aprono i cosiddetti “corridoi umanitari” per accogliere i profughi, che non si possono fare accordi con la Libia, perché si tenga i profughi rinchiusi nei campi di concentramento o di detenzione,  in condizioni subumane, in cui vengono torturati, violentati, umiliati.
L’unico che parla chiaro, in questo panorama avvilente, disumano, sessista, razzista, cattivo, rabbioso è Papa Francesco:  i migranti “sono prima di tutto persone umane”, “non si tratta solo di questioni sociali o migratorie!” “sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata”, che vanno accolti e salvati.
Proprio per il continuo richiamo ai valori cristiani, che sono valori umani, durante uno dei troppi comizi di Salvini, il popolo leghista è riuscito a fischiare perfino il Papa, che fino ad oggi si è rifiutato di riceverlo in Vaticano.
A me pare che sia stato ampiamente superato il limite che distingue una società civile e democratica da una società illiberale, che giustifica ogni eccesso del “capo”, anzi più le spara grosse, più insulta, offende, minaccia, più viene osannato.
Ora vediamo le reazioni del popolo leghista e pentastellato a fronte delle rivelazioni sul sito Usa BuzzFeed che ha pubblicato un “audio” che mette in primo piano i rapporti della Lega con la Russia di Vladimir Putin e il sospetto di finanziamenti segreti da Mosca al partito di Salvini, si parla di 65 milioni di euro.
Per un partito sovranista sarebbe una contraddizione in termini chiedere aiuto e sostegno economico addirittura alla Russia e a Putin, che in una recente intervista
rilasciata al Financial Times ha elogiato i movimenti populisti e attaccato i governi liberali, definendoli obsoleti e accusandoli di aver aperto le porte al multiculturalismo insensato bocciato dalla stragrande maggioranza delle persone.
Certo che il mondo è messo in mani poco rassicuranti, da una parte Trump, dall’altra Putin, laggiù in Oriente l’ultimo imperatore, che non è quello vero giapponese, ma quello della Cina, Xi Jinping, e in mezzo l’Europa alla ricerca della sua identità e l’Italia nella confusione politica e democratica.

IL VOTO DELLE EUROPEE 2019 CON CHI ALLEARCI ? ( NON CON IL MASCHIO ALFA )

 
La composizione del corpo elettorale per le elezioni europee 2019 è di:
24.681.846 di maschi,
26.270.873 di femmine
per un totale di 50.952719 elettori.
Le donne rappresentano il 51% del corpo elettorale, superando di 1.589.027 gli uomini.
Hanno partecipato al voto il 56,29% degli aventi diritto. Gli astenuti hanno raggiunto il record del 43,71% e quindi ben 21,5 milioni di elettori non si sono presentati alle urne, le donne sono in maggioranza, ben 12 milioni di donne hanno disertato il voto, anche per una maggiore sfiducia nel governo e nella politica in genere.
Eppure il meccanismo elettorale mira a garantire la parità di genere, giacché prevede  che nel caso di espressione di tre preferenze, le stesse devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della terza preferenza (Legge del 22 aprile n.65 del 2014 entrata in vigore il 25/04/2014, e l’art.1, così recita:”Modifiche alla legge 24 gennaio 1979, n. 18, in materia di rappresentanza di genere, e relative norme transitorie 1. Nelle prime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia successive alla data di entrata in vigore della presente legge, nel caso di tre preferenze espresse, ai sensi dell’articolo 14, primo comma, della legge 24 gennaio 1979, n. 18, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della terza preferenza.”)
(La disciplina del sistema per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia è contenuta nella L. 18/1979,  modificata e integrata da provvedimenti legislativi successivi, tra cui la L. 10/2009, che ha introdotto una soglia di sbarramento, e la L. 65/2014, sulla rappresentanza di genere.
In sintesi, si tratta di un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento del 4% e possibilità di voto di preferenza; i seggi sono assegnati nel collegio unico nazionale, a liste concorrenti presentate nell’ambito di 5 circoscrizioni territoriali aventi dimensione sovraregionale nelle quali è diviso il territorio nazionale.
Il diritto di voto è esercitato dai cittadini con almeno 18 anni di età, mentre per candidarsi l’età minima è di 25 anni.)
È interessante notare come dei 76 europarlamentari, spettanti all’Italia, la Lega, che pure è un partito molto maschile e votato più dagli uomini ( +5,9% ), che difende temi più vicini ad un elettorato conservatore, è riuscita ad eleggere 15 donne contro 14 uomini, anche il M5S ha eletto più donne,  8 contro 6 europarlamentari uomini, il PD ha votato più uomini che donne, 12 contro 7, eppure si rivolge ad un elettorato progressista, ma un partito organizzato riesce ad indirizzare i voti, F.I. ha eletto 6 uomini e 1 sola europarlamentare, Fratelli d’Italia, pur avendo una Segretaria donna si rivolge ad elettorato poco sensibile alle pari opportunità ed infatti ha eletto 6 uomini e 0 donne, un uomo è stato eletto con l’SVP, per la minoranza tedesca dell’Alto Adige ( il totale vede 45 europarlamentari uomini e 31 donne ).
Ma il dato più rilevante è certamente quello dell’astensione dal voto, che cresce di elezione in elezione.
Fino al 1979, in Italia l’affluenza alle urne superava il 90 per cento. Da allora ha cominciato a scendere sempre di più, e non ha smesso di diminuire: alle ultime politiche ha raggiunto il 73 per cento, mentre alle europee del 2014 è stata del 57 per cento. Elezioni locali a parte, uno dei valori più bassi è stato registrato alle scorse regionali in Emilia-Romagna, quando l’affluenza si è fermata addirittura al 38 per cento.

La scelta di non andare a votare non riguarda solo la persona che la compie, ma ha delle conseguenze politiche dirette. Se diventa una scelta diffusa finisce per colpire la legittimazione delle istituzioni democratiche e dei partiti politici e favorire una loro evoluzione in direzione non sempre liberale. Gli astenuti inoltre non si distribuiscono in modo uniforme lungo tutto lo spettro politico: spesso le elezioni le vince chi riesce a mobilitare il maggior numero dei propri elettori potenziali, non tanto chi riesce a strappare più elettori agli avversari.

L’astensionismo è un fenomeno complesso. Ogni elezione ha le sue specificità, dettate da una molteplicità di fattori: per esempio, la composizione demografica del bacino elettorale, il contesto socioeconomico e la cultura democratica della popolazione chiamata al voto. Per questo molta letteratura scientifica si sforza di comprendere a fondo le motivazioni dell’astensionismo, ma non esiste una teoria generale che ne spieghi le cause.

Secondo Maurizio Cerruto, le ragioni alla base dell’astensionismo sono sfaccettate. “Da un lato, si parla di astensionismo da apatia, cioè la distanza tra l’elettore e l’offerta politica. Questo tipo di astensionismo ha le sue radici nella posizione di marginalità che la politica occupa nell’orizzonte psicologico di molti elettori delle moderne democrazie di massa”. Dall’altro lato si parla invece di “astensionismo di protesta, come espressione attiva di una insoddisfazione dell’elettore, che esprime una dimostrazione di sfiducia e in molti casi di aperta ostilità nei confronti della classe politica”. Secondo Cerruto, le ricerche empiriche mostrano che nell’elettorato astensionista italiano l’apatia prevale sulla protesta.

Anche secondo il prof. G.Pasquino “l’astensionismo è un modo di votare. Sono quelli che mandano a dire ai politici: non ci piacete, nessuno di voi ci convince. Sono quelli che pensano che, votando, comunque legittimerebbero questa politica. Ci sono poi quelli che sono sfiduciati, si sentono tagliati fuori da tutto, anziani, isolati, periferici, nulla più suscita il loro interesse.”

Alla base dell’astensionismo ci sono insomma molte ragioni, e ha quindi poco senso parlare di un “partito del non voto”. Il quadro si fa ancora più sfaccettato se si va a guardare quali sono le fasce della popolazione che più tendono ad astenersi. Secondo un rilevamento del 2016 dell’istituto di sondaggi Swg intitolato “Il popolo dell’astensione”, in Italia l’astensionismo è particolarmente diffuso tra gli elettori tra i 18 e i 44 anni, spesso indecisi o senza una precisa collocazione politica. Molti hanno un titolo di studio superiore al diploma

Di certo gli italiani hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni politiche. Ogni anno l’Istat rileva dati su questo aspetto, all’interno del rapporto “Il benessere equo e sostenibile”.Come confermano anche le ultime stime, la fiducia degli italiani verso il Parlamento, i partiti e il sistema giudiziario continua a calare dal 2010 e questo si traduce in un senso di disaffezione diffuso, che ha un impatto sull’affluenza alle urne. Tuttavia il problema italiano si inserisce in un quadro europeo più generale. Secondo l’Eurobarometro, il servizio della Commissione europea che misura e analizza le tendenze dell’opinione pubblica, la fiducia dei cittadini verso le istituzioni è bassa un po’ in tutta Europa: da circa dieci anni meno della metà della popolazione europea si fida delle istituzioni politiche del proprio stato.

Ma in democrazia le scelte sono determinate da coloro che partecipano al voto e chi non partecipa non ha alcuna possibilità di cambiare democraticamente lo status quo.
 
Il tema dell’astensionismo dovrebbe essere una priorità per la classe politica, e dovrebbe spingere ad una riflessione seria sul ruolo della rappresentanza e della capacità di rappresentare davvero i cittadini.
All’interno della criticità dell’attuale disaffezione a partecipare attivamente alla vita democratica, si apre la riflessione sui motivi di una minore partecipazione delle donne.
In realtà viene da chiedersi perché mai le donne dovrebbero partecipare più degli uomini, visto che il nostro Paese è decisamente misogino.
Le donne scontano il gender gap :
– nelle carriere
– nelle retribuzioni
– nelle posizioni apicali nei settori pubblici e privati
– nelle possibilità lavorative
– nei carichi lavorativi
A ciò va aggiunta la diffusione di una cultura poco rispettosa delle donne, uno sdoganamento di certe volgarità e un riemergere di pensieri che si sperava fossero archiviati definitivamente.
Mi riferisco a come ci si attardi nel voler, ad esempio, giustificare e sostenere la necessità di riaprire le case chiuse e legittimare lo sfruttamento della prostituzione e di considerare la vendita del proprio corpo come una libera scelta delle donne, in realtà come affermato recentemente dalla Consulta  anche se la scelta «appare inizialmente libera», essa conduce spesso in un «circuito dal quale sarà difficile uscire volontariamente» e comunque si tratta di una scelta che mette a rischio l’integrità fisica e la salute delle donne.”
Oppure ritornare di continuo a mettere in discussione le conquiste civili degli anni ‘70.
È difficile che le donne si sentano rappresentate da un governo che sui temi della parità non ha fatto nulla, anzi molti esponenti di primo piano di questo governo hanno
sostenuto posizioni decisamente retrograde sul ruolo della donna, ed è sufficiente pensare al ddl Pilon o al sostegno del Congresso della Famiglia di Verona.
Quindi molte donne hanno ritenuto che il loro voto non fosse utile né per sé né per il Paese, considerando che l’offerta politica non motivava affatto alla partecipazione.
Infatti i programmi elettorali poco o nulla dicono su come potrebbe cambiare in meglio la nostra Società se si puntasse sul pari coinvolgimento delle donne nell’economia come nella politica.
In Italia i servizi socio educativi alla prima infanzia continuano ad essere insufficienti, la cura della famiglia continua ad essere un impegno molto femminile, tanto da determinarne l’abbandono, da parte delle donne, del lavoro dopo la nascita del primo figlio. Insomma continuiamo a parlare delle pari opportunità, ma la loro declinazione compie spesso dei passi indietro e se attendiamo il naturale evolversi delle cose dovremmo aspettare molti anni.
Infatti l’edizione 2018 della classifica della parità globale dice che  nell’ultimo anno, di passi in avanti ne sono stati fatti pochi. Secondo gli esperti del World Economic Forum la distanza tra uomini e donne nel mondo è stata annullata solo per il 68% del percorso. Resta quindi ancora un 32% da fare. Un terzo del sentiero, insomma. È chiaro allora che 108 anni, per fare un terzo del sentiero, significa avanzare di un gradino ogni tre anni. Il che non è molto. Tre anni per aumentare di un punto percentuale la presenza delle donne in politica, tre anni per rimpolpare il loro salario, tre anni per avere una donna manager in più, sempre a patto che non vi siano inversioni di tendenza !
Per convincere le donne a partecipare al voto serve convincerle che il loro voto serve, e serve un programma che le contempli, che sappia interpretare il bisogno di cambiamento vero e che sappia prospettare una Società più giusta e più equa e a misura di tutti e non solo dei più “forti”.
Oltre a ciò dobbiamo chiederci :
CON CHI ALLEARCI ?
 
Dunque tra un centinaio di anni pare che in Italia si raggiungerà la parità di genere, a patto, però, che non vi siano involuzioni e arretramenti culturali, come purtroppo si stanno registrando nel nostro Paese.
La pubblicità commerciale, che per vendere deve necessariamente colpire l’attenzione e l’interesse del pubblico, continua ad utilizzare il corpo delle donne per vendere qualunque cosa, dalle automobili, ai materassi, alle creme solari, alla biancheria intima ( prevalentemente femminile )…
Secondo un rapporto del World Economic Forum, scopriamo che nell’ultimo anno sono stati fatti passi avanti a livello di parità salariale rispetto al 2017, anno però nel quale per la prima volta in un decennio il gap tra uomini e donne si era andato allargando. Questi dati, inoltre, vanno affiancati al calo delle rappresentanze politiche femminili, oltre all’allargamento delle disuguaglianze di genere in termini di accesso alla sanità e all’educazione.

Allo stato attuale, scrive il WEF, per colmare le differenze di genere in molte aree del globo occorrerebbero 108 anni, ma se si considerano le disuguaglianze sui posti di lavoro, gli anni necessari a ottenere la parità diventano 202.

In 18 legislature della nostra Repubblica nessuna donna è stata eletta Presidente della Repubblica, nessuna donna Presidente del Consiglio dei Ministri, una sola donna è stata eletta Presidente del Senato ( Maria Elisabetta Alberti Casellati, in carica dal 2018), tre donne hanno ricoperto la carica di Presidente della Camera dei Deputati :

– Nilde Iotti per tre legislature tra il 1979 al 1992;

– Irene Pivetti dal 1994 al 1996;

– Laura Boldrini dal 2013 al 2018.

Nel 1948 la costituzione repubblicana estese alla maggioranza degli italiani, le donne, fino ad allora escluse, il diritto di accedere agli incarichi pubblici. Sul piano formale la parità era sancita. Nella sostanza bisognerà attendere diversi decenni.

Nei primi trent’anni della Repubblica i consigli dei ministri furono composti interamente da uomini. Nel 1976 il presidente del consiglio Andreotti, nel suo terzo governo, nominò la prima ministra: Tina Anselmi, destinata al ministero del lavoro e della previdenza sociale.

Il tabù di una donna nella stanza dei bottoni era stato scalfito, ma non ancora infranto. Nel 1979 il nuovo premier Francesco Cossiga chiuse, assieme alla stagione della solidarietà nazionale, l’esperienza delle donne al governo. Seguirono l’esempio i successori Forlani e Spadolini.

Tra il 1982 e il 1987, in quattro governi guidati alternativamente da Fanfani e Craxi, il ministero della pubblica istruzione venne diretto ininterrottamente da una donna, Franca Falcucci.

Con il governo De Mita (1988) per la prima volta furono due le ministre: Rosa Russo Iervolino (agli affari sociali) e Vincenza Bono Parrino (ai beni culturali).

La prima Repubblica si chiude con un primo record di presenza femminile (10,7% di donne nel governo Ciampi del 1993), ma si torna subito indietro e la seconda si apre con tutt’altro segno. Nei governi Berlusconi I e Dini (1994-’96) la quota scende attorno al 5%.

Nei successivi esecutivi di centrosinistra la percentuale raggiunge un picco del 22% nel governo D’Alema I, che è anche il primo esecutivo dove una donna, Rosa Russo Iervolino, è ministra dell’Interno. Tra il 2000 e il 2006 la presenza femminile al governo si contrae nettamente, prima con l’Amato II (15%) e poi Berlusconi II e III (8%).

Con il secondo governo di Prodi (2006) e il quarto di Berlusconi (2008) la quota di ministre risale fino ad avvicinarsi quarto del totale. L’avvento dei tecnici, nel 2011, abbassa nuovamente la percentuale, ma per la prima volta una donna diventa ministra della giustizia (Paola Severino).

Nel 2013 è stato eletto il Parlamento con più donne della storia repubblicana, e anche la presenza di donne negli esecutivi ha registrato un’impennata. Nel breve esecutivo di Enrico Letta (2013) le donne ricoprono quasi un terzo dei ministeri. Con quello di Renzi, all’atto dell’insediamento, per la prima volta la metà dei ministri è donna.

Nell’attuale legislatura, la XVIII,  si registra il record di donne in entrambi i rami: alla Camera la presenza femminile è del 35,71%, al Senato del 34,48%. Il solo Movimento 5 stelle ha, nelle due Camere, oltre il 40% degli eletti donne, eppure il governo Conte, con 64/membri, ha conquistato il record di membri del Governo, ma sono davvero poche le donne, solo 11 e solo 5 a capo di un dicastero ( Buongiorno, Grillo, Lezzi, Stefani e Trenta) e dunque,relativamente alla presenza femminile, un pessimo risultato, peggio dei governi Berlusconi.

Questa la situazione poco soddisfacente e se poi guardiamo al governo delle Regioni, la situazione è decisamente peggiore, nemmeno una donna Presidente al momento, a seguito delle dimissioni dell’unica Governatrice dell’Umbria.

Inoltre su 7914 Comuni italiani, 1131 sono amministrati da donne, pari ad una percentuale del 14,29% , un po’ poco !

QUOTE DI GENERE 

Una breve parentesi va dedicata alle leggi elettorali

L’insufficiente presenza delle donne nei ruoli apicali dell’economia e nei luoghi delle decisioni politiche è un problema per una società democratica, che vuole rappresentare tutta la comunità e non solo una parte.
Se la società è composta più o meno in ugual misura da uomini e donne (secondo l’ultimo dato Istat, le donne sono il 51,5% dei residenti in Italia), di conseguenza ci si aspetterebbe che le istituzioni rappresentative, che sono – o dovrebbero essere – lo specchio di quella società,  fossero composte in misura più o meno analoga da uomini e donne.
Nel campo della politica, il problema non è tanto quello della capacità, del merito, della competenza, ma più semplicemente quello della rappresentanza: un’insufficiente rappresentanza di donne all’interno delle istituzioni rappresentative impoverisce il confronto dialettico che all’interno di quelle istituzioni deve svolgersi, limita lo spettro di risposte che quelle istituzioni sono tenute a fornire alle istanze che provengono dal Paese.

Quindi si può affermare che non è solo una questione di numeri, ma di qualità della democrazia, in grado di dare risposte  alle domande che emergono dalla società.
Nel campo della politica più che negli altri, può essere sostenuta l’idea che la parità è sinonimo di qualità.

Fino dalla metà degli anni ‘90 il legislatore regionale e nazionale ha posto mano alle leggi regionali e sul modello dei Paesi del Nord Europa ha introdotto le cosiddette quote di  genere nella composizione delle liste elettorali, successivamente la preferenza di genere ( qualora siano previste preferenze multiple ) e la composizione mista delle Giunte Comunali, Regionali e degli esecutivi in genere.

Utile ricordare alcune sentenze al riguardo.

– Sentenza della Corte Costituzionale n. 422 del 1995 che spazza via tutte le disposizioni normative che avevano introdotto le quote per le elezioni nazionali, regionali e locali.

La sentenza riguarda il comune di Baranello, nel Molise, per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale in quanto, tra i trentasei candidati al consiglio comunale complessivamente presentatisi nelle tre liste in competizione, era presente una sola donna, in violazione dell’art. 5, secondo comma, ultimo periodo, della legge 25 marzo 1993 n. 81, secondo cui “Nelle liste dei candidati nessuno dei due sessi può essere di norma rappresentato in misura superiore ai due terzi”.

La sentenza arriva ad affermare che l’introduzione delle quote di genere nelle liste elettorali, non si configurano “come un’azione positiva dato che esse non si propongono di “rimuovere” gli ostacoli che impediscono alle donne di raggiungere determinati risultati, bensì di attribuire loro direttamente quei risultati medesimi: la ravvisata disparità di condizioni, in breve, non viene rimossa, ma costituisce solo il motivo che legittima una tutela preferenziale in base al sesso. Ma proprio questo, come si è posto in evidenza, è il tipo di risultato espressamente escluso dal già ricordato art. 51 della Costituzione, finendo per creare discriminazioni attuali come rimedio a discriminazioni passate.” La Consulta accoglie il ricorso e stabilisce l’incostituzionalità della legge elettorale comunale, rendendo incostituzionali tutte le leggi nazionali e regionali.

La sentenza della Consulta riesce ad affermare che la sola candidatura è il raggiungimento dell’obiettivo, quando in realtà l’obiettivo è l’elezione!

– Sentenza della Corte Costituzionale n. 49 del 2003 riguardante la legge elettorale della Regione Valle d’Aosta, che prevede solamente  “che nelle ( liste elettorali ) siano presenti candidati di entrambi i sessi”. La Corte respinge il ricorso del Governo contro la legge.

Utile riportare integralmente le motivazioni, che sono davvero interessanti e chiariscono bene il concetto di superamento delle disuguaglianze:

“Questa Corte ha riconosciuto che la finalità di conseguire una “parità effettiva” (sentenza n. 422 del 1995) fra uomini e donne anche nell’accesso alla rappresentanza elettiva è positivamente apprezzabile dal punto di vista costituzionale. Si tratta, invero, di una finalità – che trova larghi riconoscimenti e realizzazioni in molti ordinamenti democratici, e anche negli indirizzi espressi dagli organi dell’Unione europea – collegata alla constatazione, storicamente incontrovertibile, di uno squilibrio di fatto tuttora esistente nella presenza dei due sessi nelle assemblee rappresentative, a sfavore delle donne. Squilibrio riconducibile sia al permanere degli effetti storici del periodo nel quale alle donne erano negati o limitati i diritti politici, sia al permanere, tuttora, di ben noti ostacoli di ordine economico, sociale e di costume suscettibili di impedirne una effettiva partecipazione all’organizzazione politica del Paese.

Le disposizioni impugnate della legge elettorale della Valle d’Aosta operano su questo terreno, introducendo un vincolo legale rispetto alle scelte di chi forma e presenta le liste. Quello che, insomma, già si auspicava potesse avvenire attraverso scelte statutarie o regolamentari dei partiti (i quali però, finora, in genere non hanno mostrato grande propensione a tradurle spontaneamente in atto con regole di autodisciplina previste ed effettivamente seguite) è qui perseguito come effetto di un vincolo di legge. Un vincolo che si giustifica pienamente alla luce della finalità promozionale oggi espressamente prevista dalla norma statutaria.

-Deve peraltro osservarsi che, nella specie, il vincolo imposto, per la sua portata oggettiva, non appare nemmeno tale da incidere propriamente, in modo significativo, sulla realizzazione dell’obiettivo di un riequilibrio nella composizione per sesso della rappresentanza. Infatti esso si esaurisce nell’impedire che, nel momento in cui si esplicano le libere scelte di ciascuno dei partiti e dei gruppi in vista della formazione delle liste, si attui una discriminazione sfavorevole ad uno dei due sessi, attraverso la totale esclusione di candidati ad esso appartenenti. Le “condizioni di parità” fra i sessi, che la norma costituzionale richiede di promuovere, sono qui imposte nella misura minima di una non discriminazione, ai fini della candidatura, a sfavore dei cittadini di uno dei due sessi.

-In definitiva – ribadito che il vincolo resta limitato al momento della formazione delle liste, e non incide in alcun modo sui diritti dei cittadini, sulla libertà di voto degli elettori e sulla parità di chances delle liste e dei candidati e delle candidate nella competizione elettorale, né sul carattere unitario della rappresentanza elettiva – la misura disposta può senz’altro ritenersi una legittima espressione sul piano legislativo dell’intento di realizzare la finalità promozionale espressamente sancita dallo statuto speciale in vista dell’obiettivo di equilibrio della rappresentanza.”

 

– Sentenza della Corte Costituzionale n. 4 del 2010  relativa all’introduzione nella legge elettorale della Regione Campania, della doppia preferenza di genere.

La legge elettorale dispone: «L’elettore può esprimere, nelle apposite righe della scheda, uno o due voti di preferenza, scrivendo il cognome ovvero il nome ed il cognome dei due candidati compresi nella lista stessa. Nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza».

La Consulta nel respingere il ricorso, così motiva:

Si deve innanzitutto notare che l’espressione della doppia preferenza è meramente facoltativa per l’elettore, il quale ben può esprimerne una sola, indirizzando la sua scelta verso un candidato dell’uno o dell’altro sesso. Solo se decide di avvalersi della possibilità di esprimere una seconda preferenza, la scelta dovrà cadere su un candidato della stessa lista, ma di sesso diverso da quello del candidato oggetto della prima preferenza. Nel caso di espressione di due preferenze per candidati dello stesso sesso, l’invalidità colpisce soltanto la seconda preferenza, ferma restando pertanto la prima scelta dell’elettore.

Da quanto esposto si traggono due conseguenze, in ordine ai limiti posti dalla giurisprudenza di questa Corte all’introduzione di strumenti normativi specifici per realizzare il riequilibrio tra i sessi nella rappresentanza politica.

La prima è che la regola censurata non è in alcun modo idonea a prefigurare un risultato elettorale o ad alterare artificiosamente la composizione della rappresentanza consiliare. È agevole difatti osservare che, in applicazione della norma censurata, sarebbe astrattamente possibile, in seguito alle scelte degli elettori, una composizione del Consiglio regionale maggiormente equilibrata rispetto al passato, sotto il profilo della presenza di donne e uomini al suo interno, ma anche il permanere del vecchio squilibrio, ove gli elettori si limitassero ad esprimere una sola preferenza prevalentemente in favore di candidati di sesso maschile o, al contrario, l’insorgere di un nuovo squilibrio, qualora gli elettori esprimessero in maggioranza una sola preferenza, riservando la loro scelta a candidati di sesso femminile. La prospettazione di queste eventualità – tutte consentite in astratto dalla normativa censurata – dimostra che la nuova regola rende maggiormente possibile il riequilibrio, ma non lo impone. Si tratta quindi di una misura promozionale, ma non coattiva.

Sotto il profilo della libertà di voto, tutelata dall’art. 48 Cost., si deve osservare che l’elettore, quanto all’espressione delle preferenze e, più in generale, alle modalità di votazione, incontra i limiti stabiliti dalle leggi vigenti, che non possono mai comprimere o condizionare nel merito le sue scelte, ma possono fissare criteri con i quali queste devono essere effettuate. Non è certamente lesivo della libertà degli elettori che le leggi, di volta in volta, stabiliscano il numero delle preferenze esprimibili, in coerenza con indirizzi di politica istituzionale che possono variare nello spazio e nel tempo. Parimenti non può essere considerata lesiva della stessa libertà la condizione di genere cui l’elettore campano viene assoggettato, nell’ipotesi che decida di avvalersi della facoltà di esprimere una seconda preferenza. Si tratta di una facoltà aggiuntiva, che allarga lo spettro delle possibili scelte elettorali – limitato ad una preferenza in quasi tutte le leggi elettorali regionali – introducendo, solo in questo ristretto ambito, una norma riequilibratrice volta ad ottenere, indirettamente ed eventualmente, il risultato di un’azione positiva. Tale risultato non sarebbe, in ogni caso, effetto della legge, ma delle libere scelte degli elettori, cui si attribuisce uno specifico strumento utilizzabile a loro discrezione.

I diritti fondamentali di elettorato attivo e passivo rimangono inalterati. Il primo perché l’elettore può decidere di non avvalersi di questa ulteriore possibilità, che gli viene data in aggiunta al regime ormai generalizzato della preferenza unica, e scegliere indifferentemente un candidato di genere maschile o femminile. Il secondo perché la regola della differenza di genere per la seconda preferenza non offre possibilità maggiori ai candidati dell’uno o dell’altro sesso di essere eletti, posto il reciproco e paritario condizionamento tra i due generi nell’ipotesi di espressione di preferenza duplice. Non vi sono, in base alla norma censurata, candidati più favoriti o più svantaggiati rispetto ad altri, ma solo una eguaglianza di opportunità particolarmente rafforzata da una norma che promuove il riequilibrio di genere nella rappresentanza consiliare.”

 Sentenza del Consiglio di Stato del 2015, relativamente al ricorso promosso dalla Consigliera di Parità della  Regione Calabria, contro il Comune di Cosenza, che nomina la Giunta Comunale senza la presenza femminile.

Così si esprime il Consiglio di Stato, Sezione Quinta :“E’ illegittimo, per violazione del principio delle pari opportunità, contenuto negli art 3 e 51 della Costituzione e 23 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione  Europea, nonché degli artt. 6, comma 3, e 46, comma 2, TUEL, nel testo risultante dalla legge n. 215/2012, il decreto di nomina degli assessori tutti di sesso maschile della Giunta municipale, che sia motivato con riferimento alla mancanza di soggetti di genere femminile disposti ad assumere le funzioni di Assessore comunale, a nulla rilevando che il principio di pari opportunità tra uomo e donna ai sensi della legge 10 aprile 1991, n. 125, affermato dalla novella, non sia stato ancora formalmente recepito nello statuto comunale. L’attuazione del suddetto principio non può essere condizionata dall’omissione o ritardo del Consiglio comunale nel provvedere alla modifica dello statuto” ( Cons. St., sez V, 18 dicembre 2013, n. 6073). All’ indomani dell’entrata in vigore del citato art 1, comma 137, secondo il quale:  “Nelle giunte dei comuni  con  popolazione  superiore  a  3.000 abitanti, nessuno dei due sessi puo’ essere rappresentato  in  misura inferiore al 40 per cento, con arrotondamento aritmetico”, tutti gli atti adottati nella vigenza di quest’ultimo trovano nella citata norma  un ineludibile parametro di legittimità, non essendo ragionevole una sua interpretazione che leghi la concreta vigenza della norma alla data delle elezioni ovvero  che condizioni unicamente le nomine assessorili all’indomani delle elezioni. Una simile interpretazione consentirebbe un facile aggiramento della suddetta prescrizione, nella misura in cui il rispetto della percentuale assicurato dai provvedimenti di nomina immediatamente successivi alle elezioni potrebbe essere posto nel nulla da successivi provvedimenti sindacali di revoca e nomina, atti a sovvertire la suddetta percentuale. Allo stesso tempo deve rilevarsi che non risulta alcuna istruttoria tesa a verificare l’impossibilità de rispetto della suddetta percentuale, né dall’atto sindacale si evince  una qualche ragione per la quale il Sindaco ha ritenuto di potersi discostare dal suddetto parametro normativo.”

Dunque le quote di genere nelle liste elettorali sono legittime e assolutamente rispettose dei principi costituzionali, la doppia preferenza di genere è anche legittima e la composizione degli esecutivi rispettosa di entrambi i generi non può essere derogata, eppure le donne in posizioni importanti e determinanti per 

dettare le priorità politiche sono ancora troppo poche.

La politica è decisamente maschile e le donne di potere non si discostano dal modello maschile, anzi in genere le donne si alleano al “maschio alfa” e non hanno fino ad oggi promosso efficacemente le altre donne, se non loro stesse. Stare all’ombra degli uomini conviene e non si corrono rischi, ma non si cambia lo status d’inferiorità e marginalità delle donne in generale.

Va detto che quando una donna raggiunge posizioni di potere e si discosta dalla linea del “maschio alfa” ne paga le conseguenze, divenendo marginale e vedendosi bocciate le iniziative innovative.

Ripropongo la domanda : con chi dobbiamo allearci per riuscire a cambiare la nostra società, che è decisamente misogina o se si vuole discriminatoria nei confronti delle donne ?

Accettare lo status quo è pericoloso, perché non è affatto scongiurato il pericolo che le cose possano peggiorare ancora e dunque le donne debbono esserci ed essere determinanti nelle scelte politiche.

Ma con chi allearci ?
Molte di noi pensano che serva la collaborazione degli uomini e costantemente cercano il loro coinvolgimento e ritengono poco proficuo parlare solo tra  donne.
Personalmente penso che non sia per nulla efficace il loro coinvolgimento, perché fino ad oggi non ho visto un solo uomo fare “un passo indietro” per far avanzare una donna.
Ciò non vuol dire escludere gli uomini, ma non saranno davvero loro a farci avanzare nel cammino per la parità. Infatti le lobby maschili non si sono mai frantumate a cura dai privilegiati che vi appartengono.
Penso invece che debbano essere le donne a mettere in atto strategie per la conquista dei loro diritti ed è bene che lo facciano in fretta.
Durante le ultime elezioni europee del 2019, l’astensionismo è stato altissimo, pari al 43,71%, circa 21.5 milioni di Italiani non hanno partecipato al voto e la maggioranza sono donne, quasi 12 milioni di donne non si sono recate alle urne, ritenendo la loro partecipazione inutile e considerando il Governo in carica indifferente ai problemi delle donne e non impegnato nella costruzione di una società più equa capace di considerare donne e uomini “pari”.
L’alleato che dobbiamo ricercare sono i milioni di donne che non partecipano alla vita politica e dunque dobbiamo convincerle che la loro partecipazione è essenziale 
al cambiamento e al miglioramento della qualità della vita di tutta la società.

 

 

Inviato da iPad

Diritti impari: il non senso della porta chiusa

TROPPI UOMINI OVUNQUE
 
Ancor oggi assistiamo alla negazione di diritti pari tra uomini e donne.
 
Ma cosa sono i diritti ? aldilà della definizione tecnica per cui I diritti sono un insieme di principi codificati allo scopo di fornire ai membri di una comunità regole oggettive  di comportamento su cui fondare una ordinata convivenza.
 
I DIRITTI sono una porta aperta che  ti concede di accedere a un’area,  una zona, 
in cui ti puoi curare, istruire, lavorare, avere una casa,  realizzare
te stesso, ma questa porta per le donne è spesso solo socchiusa, quando non è sbarrata del tutto.
 
Sarebbe utile che alle bambine venissi detto:” Guarda che tu sei donna e 
vivi in una società che è misogina e quindi dovrai impegnarti molto, più dei maschi per fare carriera, per essere pagata come gli uomini a parità di lavoro, per ottenere fiducia presso gli istituti di credito, per trovare uno spazio in politica, ad esempio.”
R.:
“Ma perché? Non ha senso !”
 
“Il non senso della porta chiusa” sta tutto nella storia.
 
Per millenni le donne non potevano accedere all’istruzione, non potevano disporre del proprio patrimonio, non potevano votare e solo recentemente,  nel 1874 le donne sono state ammesse all’Università e al Liceo, nel 1945 con il decreto luogotenenziale n. 23, le donne acquisiscono il diritto di voto attivo e passivo, nel 1950, viene sancita la parità fra lavoratrici e lavoratori, solo nel 1956 le donne sono ammesse alla carriera diplomatica, solo nel 1963 in Magistratura, solo nel 1968 viene abrogato dal codice penale il reato d’adulterio per la moglie, solo nel 1981 viene abrogata la rilevanza penale della causa d’onore nei casi d’omicidio della donna infedele e il matrimonio riparatore, che estingueva il reato di stupro ( roba da Medioevo, si poteva uccidere la moglie o stuprare una donna senza alcuna conseguenza penale ! ).
 
Considerate, inoltre, che il diritto di voto non era negato dalla legge, dallo statuto Albertino,  ma per negarlo si disse che il diritto di voto non era un diritto politico, vi era un’esclusione implicita, basata su un assurdo giuridico!
 
Insomma, per troppo tempo le donne sono state considerate inferiori agli uomini, oggi nessuno si fida a sostenere tesi così spericolate, ma di fatto le donne sono discriminate, pur essendo più istruite e con performance scolastiche più lusinghiere dei colleghi maschi, ma tutto questo è inversamente proporzionale 
alle carriere maschili sul lavoro e in politica.
 
Mi viene in mente la commedia di Aristofane 391 a.C. :”Le donne al Parlamento”, che relativamente al discredito della politica non si discosta dai giorni nostri. (il termine sarebbe stato più corretto con Assemblea dei cittadini, da cui le donne erano escluse )
Ekklesiazousai
 
Di fronte al perpetrarsi di scandali, furbizie ed alla ricerca dissennata di ogni sorta di funesta novità, le donne di Atene, capeggiate in segreto da Prassagora, moglie di un influente cittadino ateniese, ordiscono un piano per impossessarsi del potere, e risolvere tutti i problemi della vecchia città greca.
Introducendosi nel parlamento mascherate da uomini, con tanto di mantelli e barbe finte, fanno sì che Prassagora possa parlare ai cittadini, travestita anch’essa da oratore ateniese, allo scopo di proporre e far votare a maggioranza una proposta di legge che permetta alle donne di assumere il pieno controllo della città, sostituendosi completamente agli uomini in ogni sorta di attività.
Il piano riesce, e Prassagora assurge al ruolo di Comandante della città. In base ad un criterio rigorosamente democartico, vengono emanati gli editti che cambieranno radicalmente la vita di tutti i cittadini ateniesi. Ogni proprietà verrà messa in comune a disposizione della comunità: case, vestiti, cibo, terra, ricchezze…

Alcuni cittadini all’inizio opporranno qualche resistenza, soprattutto in merito alla cessione dei propri beni personali alla Comunità.
La situazione però si complica, poichè Prassagora, oltre al resto, vuole mettere in comune anche le donne e gli uomini più belli di Atene, affinchè non ci siano più discriminazioni antidemocratiche tra belli e brutti, giovani e … vecchi…

 
Posto che i Greci escludevano le donne dal potere, c’è però in questa commedia di Aristofane l’idea del “gruppo escluso” (altri vedono i principi del comunismo e del femminismo).
 
E cioè, le donne sono un gruppo sociale o meglio quella gran parte della società che di fatto è esclusa dalla gestione del potere economico e finanziario.
Come avviene in ogni società, e mi riferisco alle aziende in senso ampio, quando investono sulla diversity e cioè inseriscono nei cda o nel management : giovani, donne, appartenenti ad etnie diverse o addirittura s’inseriscono persone che rappresentano il cosiddetto “pensiero laterale” (che prevede un approccio particolare, ovvero l’osservazione del problema da diverse angolazioni, contrapposta alla tradizionale modalità che prevede la concentrazione su una soluzione diretta al problema,   per intenderci, una soluzione diretta prevede il ricorso alla logica sequenziale, risolvendo il problema partendo dalle considerazioni che sembrano più ovvie, il pensiero laterale se ne discosta e cerca punti di vista alternativi per cercare la soluzione.) registrano performance migliori.

Quindi, fino ad oggi il governo del mondo, possiamo a buon diritto esprimerci così, è stato ed è in mano agli uomini e ciò che hanno fatto è evidente e con un minimo di ironia si può affermare che ci sono ampi margini di miglioramento. E dunque sarebbe utile ed interessante che lasciassero provare al “gruppo escluso” di svolgere la propria parte !

L’ONU ha definito il gap salariale esistente tra uomini e donne, come il più grande furto della storia, frase pronunciata dalla consigliera dell’Onu per le donne Anuradha Seth, sempre secondo il Rapporto dell’ONU, in assenza di azioni forti, ci vorranno oltre 70 anni per colmarlo.

Tanti i fattori. Dalla minore partecipazione al mercato del lavoro:  alla mancata retribuzione per il lavoro domestico, dalla discriminazione, alla sottovalutazione del lavoro delle donne. E il gap salariale si acuisce con l’età e in presenza di figli. Secondo le stime, ad ogni nascita le donne perdono in media il 4% del loro stipendio rispetto a un uomo, i padri invece vedono il loro reddito crescere del 6%. 

L’economia è nelle mani degli uomini, a capo delle grandi o piccole banche ci sono uomini, tranne eccezioni come la Presidente del Fondo monetario Christine Lagarde o Janet Yellen governatrice della Federal Reserve, che attuano una politica in linea con i predecessori.
 

Il divario di genere si allarga così, secondo il Wef, oltre il 30%. Una situazione inaccettabile perché dal 2006 l’Italia ha dovuto recepire, tramite il decreto legislativo 198, una direttiva europea su pari opportunità e pari trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione. L’ennesima norma rimasta lettera morta nel Paese reale. Per fare un semplice paragone, l’Islanda è il primo Paese, non solo ad aver recepito la legge, ma anche ad averla attuata ed oggi in Islanda è annullato il gender gap salariale ( È scattata infatti la legge che impone a istituzioni pubbliche e private, aziende, banche e a qualsiasi datore di lavoro con piú di 25 dipendenti di assicurare pari retribuzione alle donne a pari qualifica con gli uomini, pena una sanzione.)

Quello che è certo è che il divario di genere è anche fonte di un freno al Prodotto interno lordo. E il discorso vale per l’Italia come per il resto d’Europa e del mondo. Anche dalla riduzione di quel divario passa la crescita economica di un Paese. Già tre anni fa, uno studio di Goldman Sachs calcolava che riuscire a colmare il gender gap avrebbe comportato un aumento medio del Pil pari al 13%. Negli Stati, in particolare nordeuropei, dove la strada verso la parità è già ben avviata, la crescita prevedibile sarebbe più ridotta. Ma per gli Stati, come l’Italia, dove più ampio è il divario uomo/donna nel mondo del lavoro, l’incremento potrebbe arrivare al 22%.
 
Se l’economia è nelle mani degli uomini, la POLITICA non è da meno:
è sufficiente uno sguardo ai dati delle donne in politica a livello internazionale per averne la conferma.
Ci sono 196 stati sovrani riconosciuti e solo 15 hanno donne o capo di governo o Presidenti.
La presenza delle donne nelle Assemblee Elettive è insufficiente a far registrare un sensibile cambio di passo delle politiche messe in campo, anche perché nei posti chiave c’è sempre un uomo, ma soprattutto perché nel nostro Paese, la Politica rimane dominata da logiche maschili.
 
Esiste “uno squilibrio (…) nella presenza dei due sessi nelle assemblee rappresentative, a sfavore delle donne. Squilibrio riconducibile sia al permanere degli effetti storici del periodo nel quale alle donne erano negati o limitati i diritti politici, sia al permanere, tuttora, di ben noti ostacoli di ordine economico, sociale e di costume suscettibili di impedirne una effettiva partecipazione all’organizzazione politica del Paese.(sentenza della Corte Costituzionale n. 49 del 2003)”
 

 Le parlamentari, in Italia, sono il 35% del totale, un record storico raggiunto con la legislatura corrente, ma solo con una percentuale del 28% di donne Ministro. Questo numero vale al nostro paese un posto poco sopra la metà della classifica – 11esima posizione su 28 – nel confronto con gli altri stati membri dell’Unione europea. Da notare, però, che le posizioni successive della classifica si distaccano per un soffio dal risultato italiano (in Regno Unito e Lussemburgo la quota di donne in parlamento è rispettivamente del 29 e 28%). Il primo posto spetta alla camera svedese (44%), mentre all’ultimo troviamo l’Ungheria, con solo una parlamentare donna su 10. Tra i grandi paesi, fanno meglio di noi la Spagna (43%) e la Germania (36%) e peggio il Regno Unito (29%), la Polonia (27%) e la Francia (26%).

Ultima questione che vorrei trattare.

Siamo una società MERITOCRATICA ?

Davvero vale il merito ? In politica assolutamente no e nemmeno negli altri settori.

A tal proposito risulta davvero  interessante l’analisi del filosofo canadese Alain Deneault contenuta nel libro “La Mediocratie” “La Mediocrazia”.

 
Con una silenziosa “rivoluzione anestetizzante» i mediocri sono riusciti a imporsi e a dettare “le regole del gioco”.
 
Essere mediocri, spiega Deneault, non vuol dire essere incompetenti. Anzi, è vero il contrario. Il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti. Questi ultimi per ovvi motivi (sono inefficienti), i primi perché rischiano di mettere in discussione il sistema e le sue convenzioni. Ma comunque, il mediocre deve essere un esperto. Deve avere una competenza utile ma che non metta in discussione i fondamenti ideologici del sistema e deve “Giocare il gioco”, che significa accettare i comportamenti informali, sottomettersi a regole non dichiarate è saper chiudere gli occhi. Lo spirito critico deve essere limitato e ristretto all’interno di specifici confini perché se così non fosse potrebbe rappresentare un pericolo.
 
All’origine della mediocrità c’è – secondo Deneault – la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”, l’azione politica è ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato “problem solving”. Cioé alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente e con il declassamento dei DIRITTI in BISOGNI che possono trovare risposte dal MERCATO e non dallo STATO.
 
La “MEDIOCRAZIA” trova la sua declinazione nel Conformismo.
 
 Dopo gli anni della contestazione del ’68” siamo dunque giunti alla convinzione che serve un Riformismo di facciata e che è meglio non sconvolgere l’ordine costituito  «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». ( Tancredi )
 
In politica la mediocrazia è una regola non scritta ma decisamente effettiva. 
“Giocare il gioco” in politica significa, ad esempio, non citare un determinato nome, essere generici su aspetti specifici, assumere comportamenti che segnano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o verso una specifica cordata o  disconoscere i meriti degli avversari !
Eppure il valorizzare il merito tornerebbe a vantaggio dei migliori e delle migliori idee e su un campo neutro le donne avrebbero le stesse chances degli uomini, ma quando il campo è “drogato” vincono i più tattici e i mediocri.
 
Rompere gli schemi e andare contro corrente, impone di avere coraggio e non vale affermare che “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare’.
Noi dobbiamo avere il coraggio di cambiare !
Per concludere 
– l’economia trarrebbe grande miglioramento da un tasso di occupazione femminile pari a quello maschile
– la Politica potrebbe solo migliorare con un riequilibrio della Rappresentanza a tutti i livelli
– il sistema bancario, con un ingresso consistente delle donne nei cda, smetterebbe di praticare quella disastrosa “Finanza di Relazione” che concede prestiti non in base alla bontà dei progetti di investimento, ma in base alle amicizie e alle “buone relazioni”
 
BISOGNA DUNQUE ESSERCI, MA PER ESSERCI BISOGNA AVERE IDEE, CAPACITÀ DI FARE SQUADRA, BISOGNA CONOSCERE IL MONDO CHE SI VUOLE CONQUISTARE, BISOGNA ESSERE INFORMATE E PARTECIPARE.

Il programma del 25 gennaio a Matera

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100 Donne che raccontano come cambiare in positivo il nostro Paese da Nord a Sud.

Donne che parlano di Politica, Democrazia, Patrimonio Culturale, Turismo, Salute, Smart Cities, Food & Environment, made in italy, ma anche di come accedere ai fondi per far crescere le startup.

Donne che diventano donne di governo, Margherita Cogo, Comitato Scientifico Stati Generali delle donne,

– Donne e politica, il caso del sud, Maria Teresa Lippiello, Comitato Scientifico Stati Generali delle donne,

– Donne e pubblica amministrazione, Daniela Carlà, dirigente generale della pubblica amministrazione, “Democrazia Paritaria: a che punto siamo?”

– Donne e vittime di tratta, Michelangela Barba, “La tratta dimenticata, nuove frontiere di intervento”

– Donne e scienza

– Donne, immigrazione, integrazione, Miguelina Baldera, Uniendo Raices, Aosta

– Donne, politica e potere,Francesca Pontani,coordinatrice degli Stati Generali delle Donne di Monza e Brianza

– Donne e pensioni, Lucia Rispoli, Movimento Opzione Donna, Roma

– Donne e leadership, “Perché le donne non possono avere tutto. Riflessioni sulla leadership femminile” Melina Martello, psicologa, Comitato Scientifico degli Stati Generali delle Donne,

– Donne e Ambienti di lavoro sani e sicuri, Maria Concetta Cefalù Formatore salute e sicurezza lavoro Esperta ind. Comm.Europea e Media partner dell’EU-OSHA

– Donne e nuove tecnologie, Mariuccia Teroni, Founder & Chair di FacilityLive

Il digitale è amico delle donne”

– Donne digitali, Carmen Russo, Fab Lab Catania, Coordinatrice degli Stati Generali delle Donne della Sicilia, “ Cambiare paradigma: il potere della conoscenza”in collegamento da Catania

Donne e libere professioni, Federica De Pasquale, Confassociazioni, Roma

Donne e Radio TV, Oreste Lo Pomo Caporedattore RAI3 Basilicata, Rossella Tosto, Direttrice TRM Matera, Marilina Notargiacomo, La Nuova Basilicata TV Maria Teresa Lamberti, invitata

– Donne e giornalismo, Marta Ajò, giornalista, scrittrice, “Il portale delle donne”

– Donne, Comunicazione nei Media e Social Media, Ketty Carraffa, giornalista

– Donne e magistratura. “Disuguaglianze di genere in magistratura”,Carla Marina Lendaro, magistrata, presidente ADMI Associazione Donne Magistrato Italiane.

L’autonomia scolastica e lo stato moderno

In uno Stato moderno e civile vi sono alcuni principi che vanno
rispettati quali ad esempio la divisione dei 3 poteri:  legislativo,
esecutivo,  giudiziario, teorizzata da
Montesquieu o l’indipendenza tra Stato e Chiesa. Montalembert ha
coniato la frase: Libera Chiesa in libero Stato.
Dante teorizzava l’indipendenza del potere politico da quello
ecclesiastico : l’uno doveva  curarsi della felicità terrena, l’altro
di quella celeste, come due Soli autonomi ed indipendenti.
Anche scienza  e politica sono due poteri che devono essere autonomi e
indipendenti l’uno dall’altro.

Quando questi principi vengono messi in discussione e si confondono
tra loro, succedono disastri.
È sufficiente pensare a Galileo Galilei,  il padre della scienza
moderna e del metodo scientifico, basato sull’osservazione oggettiva
della realtà.
Processato dalla Chiesa di Roma, cercò di spiegare da cattolico la
teoria eliocentrica prima di essere costretto ad abiurare.
Il non rispetto  dell’indipendenza dei poteri dello Stato liberale ha
avuto conseguenze drammatiche nei tempi passati : il giacobinismo, il
centralismo democratico del comunismo, lo stato autoritario, che
riunisce tutti i poteri nel capo o führer o leader che dir si voglia.
Anche Scienza e Politica debbono avere sfere d’influenza autonome.
La Politica deve favorire la Scienza investendo su ricerca ed
innovazione, senza condizionarla, men che meno può la Politica pensare
di censurare la Scienza se il campo d’indagine viene svolto secondo le
regole deontologiche e del rispetto dei diritti umani nazionali e
internazionali.
Ultimamente invece la Politica pensa di saperne di più degli
scienziati ed allora mette in discussione i vaccini ad esempio o cerca
d’imporre il metodo “stamina”, quante mozioni o pronunciamenti della
politica hanno cavalcato le più avventurose campagne
pseudo-scientifiche, pur di conquistarsi una manciata di voti?
Ma ciò che danneggia maggiormente è il vizio di intervenire ad ogni
piè sospinto in quella che è la fucina della Scienza e cioè la Scuola.
Tutte le forze politiche si sono cimentate in questo esercizio.
La Scuola gode dal 2000 di autonomia amministrativa, didattica e
organizzativa nel rispetto delle norme generali sull’istruzione
emanate dallo Stato, ma soprattutto  esiste l’articolo 33 della
Costituzione che afferma:”L’arte e la scienza sono libere e libero ne
è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali
sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e
gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti
di educazione, senza oneri per lo Stato.”
Articolo questo largamente disatteso da destra, da sinistra e dal
centro, le Scuole private ottengono infatti notevoli risorse dall’Ente
pubblico:  Stato, Regioni e a volte anche Comuni.
Destra, Sinistra e Centro si sono poi ampiamente esercitate nel
riscrivere o correggere i programmi scolastici, in maniera
pleonastica, a volte, solo per poter certificare la loro esistenza, mi
riferisco alle leggine in cui si sosteneva la necessità di insegnare
la storia locale.
Leggi inutili perché da sempre si parte dal locale e dal vissuto per
poi estendere la conoscenza al lontano da sé.
Leggi incostituzionali perché la libertà d’insegnamento non può essere
compressa o condizionata politicamente.
Per non parlare delle continue riforme del sistema dell’istruzione e
della formazione che avrebbero dovuto accorciare i tempi della
formazione, per competere con il resto del mondo. Il risultato è sotto
gli occhi di tutti, per ottenere una laurea magistrale ci si mette un
anno di più rispetto al sistema precedente ! Chapeau !

Il dibattito attuale sulla verifica dei progetti cosiddetti “gender”,
ma che hanno il semplice obiettivo di superare i pregiudizi e gli
stereotipi di genere, che danneggiano soprattutto le donne, è il
frutto anch’esso dell’intromissione della politica nella scuola.

Insomma vista la piega che ha preso la Politica di voler
strumentalizzare anche la Scuola è meglio che la politica faccia un
passo di lato e istituisca un’Autorità indipendente, nominata ad
esempio dall’Università , dagli Istituti di Ricerca e così oggi non
dovremmo assistere a conflitti reazionari, che si trasformano in atti
censori in relazione al video dell’Altalena, ad esempio.
Una riflessione “L’Altalena” lo merita, perché non c’è dubbio che le
affermazioni della Rossato sull’occupazione dei parchi gioco da parte
dei figli degli immigrati, con il corollario che la Consigliera non
legge “libri”, meritavano una risposta, che la Politica non ha dato,
al di là delle sterili polemiche.
La realizzazione del video contiene un messaggio bello, necessario in
un clima brutto anche in Trentino e la volontà indagatoria e speriamo
non censoria da parte della Politica, rientra nel vizio di
condizionare la Conoscenza.

Personalmente, quando ero ancora una docente della scuola statale,
vedevo con preoccupazione la provincializzazione della Scuola
trentina, perché troppo vicina e condizionabile dal potere Politico e
il timore si è manifestato reale e nocivo e quindi verrebbe da dire
“Giù tutte le mani, di destra, sinistra e centro, dalla Scuola
pubblica”.